lunedì, 30 aprile 2007


  • "Zingaro" è una parola razzista, come "negro", "vu cumprà", "barbaro", ecc. Nel nostro linguaggio quotidiano a volte la si usa in espressioni come: "una casa di zingari", per dire che è disordinata; "essere come uno zingaro", cioè vestito male e sporco; "ti faccio portare via dagli zingari", per dire che sono cattivi (come l'Uomo Nero)
  • Zingaro viene dal greco Athìnganoi (che indicava gli esponenti di una setta eretica perseguitata).
  • In Italia gli zingari chiamano se stessi con due nomi: ROM (centro e sud) e SINTI (nord), il cui significato è "uomini", contrapposto a GAGGIO' (i "non-uomini", cioè gli stranieri, ma significa anche sempliciotti, paurosi). I Rom considerano i Sinti "gagè" perché il sistema di vita di ques'ultimi è basato sul viaggiare e sullo spostarsi continuamente, mentre i Rom sono più sedentari.
  • Istruzione per i bambini: il 97% dei bambini zingari non frequenta la scuola dell'obbligo e gli zingari adulti sono per lo più analfabeti. Eppure il 75% di essi sono cittadini italiani, o per nascita, o perché alla fine della II G.M. vivevano ai confini e scelsero l'Italia come patria.
  • Per i bambini zingari, l'italiano è la terza lingua, dopo quella materna (il romanes o il sinto) e il dialetto locale. A scuola facilmente vengono considerati come disadattati sociali e anche mentali.
  • Servizi igienico-sanitari: la loro sporcizia dipende anche dalla cronica mancanza di acqua nei campi, che dovrebbero disporre di docce e gabinetti. A causa delle molte malattie, dovute anche al feddo, la vita media non supera i 50 anni.
  • Altri servizi deficitari: illuminazione (l'energia elettrica permetterebbe di utilizzare sistemi di riscaldamento meno rischiosi: piccoli braceri o stufette a gas, che a volte causano l'incendio della roulotte), cassonetti per rifiuti, vasche per il bucato.
  • Lavoro: non riescono più a fare lavori dignitosi o comunque remunerativi. Non possono praticare il commercio ambulante, perché vengono considerati come stranieri. Molti bambini vendono fiori, fazzoletti ai semafori o puliscono i vetri delle macchine. Chiedere la carità è diventato il lavoro delle donne. Il lavoro col ferrovecchio non rende più e gli oggetti di rame non li compra più nessuno, se non qualche turista d'estate.
  • Visti d'ingresso, passaporti ecc. Spesso ci si dimentica che questi gruppi sono apolidi e che quindi non ha senso rimpatriarli nella ex-Jugoslavia.
  • Aree di sosta sono poche: una cinquantina in tutta Italia. Si tratta per lo più di fangose baraccopoli, frequentate da topi, col pericolo di epidemie. Gli stessi campi-sosta sono troppo grandi: ammassano 300-500 persone (sembrano dei ghetti).
  • Emarginazione: per i nostri agricoltori sono nomadi senza terra; per i cittadini, dei marginali di periferia; per gli operai, degli oziosi e per tutti, degli uomini senza fede e senza legge. Il solo zingaro accettato è quello bello, artista, simbolo della libertà e del folclore, cioè quello che non esiste.
  • Rifiutano l'accusa di vagabondaggio, perché il loro è un nomadismo, che è un diritto riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'ONU ed è previsto dalla nostra Costituzione. Lo stesso Consiglio d'Europa dice che deve essere facilitato l'insediamento in abitazioni appropriate per i nomadi che lo desiderano.
  • A Roma esistono 50 comunità zingare: rom abruzzesi e napoletani, camminanti siciliani, sinti giostrai, rom kalderasha, rom slavi. Vivono in case popolari o roulotte. Prima degli anni '70 commerciavano cavalli, facevano i maniscalchi, le donne leggevano il futuro o vendevano chincaglieria. Alcuni fabbricavano pentole di rame, altri erano indoratori o giostrai. Con l'espansione edilizia degli anni '70 i campi-nomadi sono stati requisiti.
  • A Roma i nomadi sono 3000, sono sempre stati 3000, ma ora si parla di "problema nomadi". Generalmente nei campi dove vivono non ci sono servizi. Alcune ragazze frequentano corsi di taglio e cucito.

JuanBelmonte alle ore 16:49
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